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Intervista a Jeffrey Yuen, monaco taoista e guaritore
a cura di Raffaella Isoardi

39 anni, Jeffrey Yuen è nato in Cina e vive a New York, dove lavora. Insegna allo Swedish Institute di New York e a San Francisco e Boston. Lo abbiamo intervistato in occasione di una lezione che ha tenuto presso la nostra scuola nel maggio 2000.
 
 


Incontrare Jeffrey è stato per me vedersi aprire nuove porte di comprensione profonda della Medicina Antica Cinese, ma non solo. Queste porte sono aperte verso l’interno, verso lo scrutare dell’animo umano: quello delle persone che vengono a noi per aiuto, ma anche il nostro.
Il fatto che Jeffrey sia un prete taoista - formatosi fin dall’infanzia sotto la guida del nonno adottivo, pure lui prete taoista e famoso maestro di arti marziali -, un esperto di Medicina Antica Cinese e però anche una persona che è cresciuta e ha vissuto da sempre all’interno del mondo occidentale, fa sì che il suo insegnamento sia profondo, sottile, ma anche trasmesso in un linguaggio accessibile a noi occidentali del XXI secolo.
Studiare con lui è un’esperienza sempre arricchente, non solo da un punto di vista professionale, ma anche umano, un’opportunità quindi di imparare a crescere sulla strada dell’aiuto agli altri insieme a quella dell’aiuto a noi stessi.

Franco Bottalo

Maestro, come è diventato monaco taoista e guaritore?

Sono stato istruito da mio nonno, anch’egli monaco taoista. E fin da piccolo mi piaceva la medicina, curare le persone. Da 88 generazioni la mia famiglia fa parte della corrente taoista della “Purezza di Giada”, i cui insegnamenti si trasmettono esclusivamente per via orale. Così è avvenuta anche la mia educazione, anche se, naturalmente, ho letto molti libri. Forse è per questo che mi piace insegnare, ma non scrivere. Infatti, non scrivo libri, al massimo firmo, quale coautore, quelli scritti dagli allievi.

Cosa ama ricordare dell’insegnamento ricevuto da suo nonno?

Di mio nonno ricordo soprattutto l’energia e la qualità della sua presenza, il suo esserci. Per me è stato un vero dono poter stare con lui. Anche le sue parole di incoraggiamento, sempre dette al momento giusto, mi hanno molto aiutato.

E qualcosa che preferisce dimenticare?

Oggi mi rendo conto di come tutto ciò che mi si chiedeva di fare fosse assolutamente necessario per la mia formazione. Ma certo alcune cose erano molto faticose e incomprensibili allora. Come, ad esempio, certi esercizi di Qi Gong in cui dovevo stare immobile per ore mentre qualcuno mi guardava.

Come pensa di trasmettere le sue conoscenze e la sua esperienza?

Insegnando. La conoscenza non è qualcosa che si impara da un altro, ma che si scopre in noi stessi. Se si legge un libro è importante sentirlo dentro. Imparare significa fare un’esperienza, accendere una scintilla che ci spinge a cercare, a volerne sapere di più. Non impariamo nulla, neppure con un buon insegnante, se non ci appropriamo delle nostre esperienze, se non le sentiamo dentro di noi. Insegnando trasmetto le mie conoscenze, ma spero di trasmettere non tanto le parole, quanto lo spirito che esiste dietro di esse, e la medicina cinese per me è ciò che lo tiene sempre vivo.

Come mai ha deciso di vivere a New York e come concilia il vivere in una città così frenetica con il taoismo?

Semplicemente perché la mia famiglia si è trasferita a New York dalla Cina. Penso che l’equilibrio sia dentro di noi e non dipenda da quello che succede fuori; perciò possiamo vivere in un ambiente caotico, ma se ci sentiamo a casa e siamo ben equilibrati, non ne rimaniamo influenzati più di tanto. E inoltre è anche una sfida, una buona sfida, vivere nel caos. Ci fa stare di più dentro di noi.

C’è un aspetto magico nel taoismo?

Sì c’è un aspetto magico. La magia è rendere molto probabile ciò che è molto improbabile.
E’ sfidare le credenze di un sistema, ad esempio quello scientifico. Noi diciamo “Ciò che è, non è. Ciò che non è, è”. La magia, in fondo, è la capacità di lasciar andare il proprio sistema di credenze: allora tutto può accadere, diventare magico. Per alcuni è follia…

Qual è l’origine delle malattie, secondo lei?

L’incapacità di cambiare. La malattia è un invito al cambiamento, è un segnale a cui bisogna fare attenzione. I malati in genere non ne sono consapevoli. E sono le emozioni che ci impediscono di metterci in contatto con il nostro inconscio, con noi stessi. Solo diventandone consapevoli possiamo lasciarle andare. Le racconto una piccola storia Zen. Un samurai va da un Maestro Zen e gli chiede quale sia la differenza tra il Cielo e l’Inferno. “Non ti dico niente perché non sei che un barbaro”, risponde il Maestro. Il samurai tira fuori la spada per colpirlo e il Maestro dice: “Questo è l’Inferno”. Il samurai si rende conto del suo gesto e rimette a posto la spada. Il Maestro dice: “Questo è il Cielo”. Il senso è che troppo spesso siamo presi dalle nostre emozioni e non siamo consapevoli di ciò che facciamo.

Pensa che la MTC sia ancora viva nella Cina di oggi? E, comunque, quale pensa sia il suo posto nel mondo moderno?

La Medicina Tradizionale Cinese è la medicina oggi in uso in Cina. Negli anni Cinquanta vi è stata infatti la riforma della medicina cinese. Esistevano tradizioni mediche diverse nelle varie parti del paese e il governo ha deciso di unificare i diversi insegnamenti, di “etichettarli” e creare un linguaggio comune in modo che i medici potessero capirsi: una sorta di protocollo a cui tutte le scuole dovevano adeguarsi e che faceva riferimento ai modelli occidentali, soprattutto nella separazione tra lo spirito e il corpo, che non esiste nella medicina cinese. La Medicina Cinese Classica, che è precedente all’odierna MTC, è ancora viva fra alcuni vecchi medici, ma non è riconosciuta ufficialmente e finirà con lo sparire. Credo però che continuerà a vivere là dove ci sono medici cinesi che ancora operano, in Europa e in America, così come in Vietnam, Taiwan, Giappone, Corea, Hong Kong.
La medicina classica di fatto sfida gli studenti, gli insegnanti, i medici, i pazienti a capire che esistono cose dalle immense, infinite possibilità, che esiste sempre la speranza, perché tratta le persone e non le malattie. Infatti si dice che non esistono malattie incurabili, ma persone incurabili. Questa medicina rende le persone più responsabili, non oggetti ma soggetti. Il medico è una guida non un’autorità, come avviene in occidente, dove si usa la tattica della paura nel rapporto con il paziente.

Che cosa pensa dello shiatsu?

Lo shiatsu è una tecnica molto raffinata di comprensione del continuum corpo, mente, spirito. La sua forza è la capacità di diagnosticare rapidamente gli squilibri. Considerando l’energia come un flusso continuo e trattando i vuoti e i pieni, o deficit ed eccesso, si potenzia il trasferimento dell’energia.
Credo però che in alcune scuole ci sia una tendenza a non insegnare le connessioni esistenti tra le varie parti del corpo, ma a vederlo solo come una rete di meridiani. In questo senso non c’è un’ampia comprensione del corpo come unità. Ad esempio, se lavoro sulle spalle, devo lavorare anche le anche o le ginocchia, e cioè conoscere le relazioni tra le fasce. Lo shiatsu si basa comunque sul contatto e toccare è molto terapeutico. Per quanto riguarda l’agopuntura, penso sia nata dal massaggio, allo scopo di trattare più punti contemporaneamente, avendo noi solo due mani. Dapprima si usava mettere delle pietre sui punti e più pietre si mettevano, più energia circolava. Poi si è passati agli aghi che possono collegare più sistemi allo stesso tempo fornendo maggior accessibilità all’energia. Comunque, sia lo shiatsu che l’agopuntura sono tecniche complete, due modi diversi di trattare. Il loro uso dipende anche dalle preferenze del paziente.

Qual è l’episodio più bello della sua vita?

Ciò che amo di più è insegnare. Penso sia la mia missione. Condividere la conoscenza, incoraggiare gli studenti a studiare, aiutarli a realizzare le proprie potenzialità. Ricevo energia dall’insegnamento e non lo vivo come un lavoro. A volte le persone sono attratte dalla medicina, dalla sua filosofia, dal suo spirito, ma molti libri e anche docenti non trasmettono questo spirito. Io spero di riuscire a farlo, di aiutare le persone a capire che c’è anche questa componente. E’ il principio della “cura empatica”: se sento un forte potenziale dentro di me, so che anche i miei pazienti hanno la possibilità di cambiare la loro vita. Credo che la medicina cinese tenga vivo questo spirito.

Tratto da "Shiatsu Xin Informa" n. 1

 
     
     
 
 
   
   
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