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Dallo Yin allo Yang andata e ritorno
di Gianpaolo Cambieri
 
 


Mi piace immaginarli riuniti in una pulsazione, la pulsazione della vita.
Me lo vedo il “buon Dio” che una bella mattina di primavera... Anzi no, non c’erano ancora né mattine né primavere, ma sono cominciate proprio allora. Dicevo me lo vedo, quel giorno, in cui il fegato gli ribolliva e sapeva che prima o poi qualcosa avrebbe fatto, qualcosa si sarebbe inventato.
Avrebbe soffiato con il suo Verbo, con il vento della sua parola, questa pulsazione in tutto l’universo.
Un vero Big-Bang. Un urlo terrificante a sentirlo, da far rimanere col respiro sospeso e lo stomaco bloccato, da far schizzare il sangue al cervello e farsela sotto dalla paura.
La prima pulsazione. Potentissima, mai concepita, prima di quel tempo, o meglio prima del tempo, di una frequenza così alta da condensarsi nell’intima struttura della materia, in particelle subatomiche, in “kalapas” direbbe un Budda.
Insomma, in pochi giorni aveva già fatto tutto; un buon lavoro, considerando che nessuno prima di allora ci aveva mai provato. Aveva visto lontano, la cosa funzionava e funziona tuttora. Quella pulsazione di tanto tempo fa sembra non avere perso molto del suo vigore iniziale, anzi sembra che una volta creata nulla possa distruggerla. Forse nel suo lungo viaggio attraverso il tempo e lo spazio ha dato l’impressione di essersi un po’ dispersa, generando mondi, sistemi solari e galassie, ma sappiamo che ogni atomo di materia che compone il nostro universo vibra e pulsa più o meno come quel giorno di 15 miliardi di anni fa. Non solo, ma questo battito, questo ritmo, questa danza tra materia ed energia, così veloce nel microcosmo, si conserva e si manifesta allo stesso modo anche nel macrocosmo, con una ciclicità che essendo più rallentata ci è più facile osservare.
Si può riconoscere la mano dello stesso Autore in tutte le forme del creato, la pulsazione dell’anno fatta di stagioni, quella di un giorno fatta di luce e tenebra, della vita che genera la morte, o meglio si rigenera nella morte. Gli elenchi a questo proposito sono lunghi tanto quanto le cose che esistono più quelle che non esistono. Davvero un po’ troppo per riuscire a capire sul serio solo con il nostro razionalissimo pensiero che si ritrova, “ragionevolmente” costretto, a vedersi iscritto in tali elenchi a subire l’onta del paradosso: l’osservatore che si osserva.
Davvero un po’ poco per riuscire a sentire sul serio questo yang che rincorre lo yin mentre lo genera e da esso ne è inseguito e prodotto. Storicamente sembra che i risultati migliori siano stati ottenuti, come al solito, “guardandosi dentro” oltre che fuori, scoprendo per primi noi stessi come portatori sani di quell’antica pulsazione. Come al solito contano le esperienze fatte sulla propria pelle.
E così, eccoli lì gli uomini, seduti a gambe incrociate, fermi e zitti, per un migliaio di anni o forse più, a cercarsi dentro, come segugi, per sentire nei muscoli, nelle ossa, nei loro stessi atomi, il pulsare incessante del sorgere e decadere della materia. Sulla propria pelle, appunto, per capire davvero. E per chi proprio non ce l’avesse un migliaio di anni da star lì seduto, fermo e zitto?
Forse il “buon Dio”, quel giorno, aveva pensato anche a questo e ci ha lasciato delle tracce, macroscopicamente evidenti, di quel ritmo iniziale. Il battito del nostro cuore, che nel suo instancabile lavoro di tutta una vita ricalca esattamente la ciclica dinamica yin/yang, riceve il sangue e lo distribuisce, si rilascia e si contrae, ad ogni diastole segue una sistole.
Certo, basta mettersi una mano sul petto e il gioco sembrerebbe fatto; ma ancora una volta sentirlo dal dentro, sentirlo davvero questo battito è una cosa da professionisti della posizione del loto.
E poi l’onda peristaltica dei visceri, il ciclo mestruale nelle donne, il ritmo sonno veglia, quello della fame, della sete...
Ma forse la prova più manifesta la porta il nostro respiro, anch’esso composto dalle due fasi del prendere e del dare, dell’inspirazione e dell’espirazione. Maestro di innesco delle trasformazioni fisiologiche del corpo, è emblematico dell’inesorabile dialettica materia/energia. Inesorabilmente, dal primo all’ultimo attimo della nostra vita, respiriamo. Abbassiamo il diaframma e facciamo spazio a ciò che sta fuori, tendiamo gli addominali e buttiamo fuori ciò che sta dentro.
Dallo yin allo yang, dall’interno all’esterno, dal profondo alla superficie, dall’inconscio al conscio.
Sì, perché, se anche siamo inconsciamente soggiogati al ritmo del respiro, di esso possiamo essere perfettamente consci. Questo paradossalmente possiamo sentirlo. Possiamo sentire che la pulsione inconscia che ci fa inspirare è consciamente la “fame d’aria”, e che questa, prima dell’inizio dell’espirazione successiva, avrà già lasciato il posto ad un’altra sensazione: il desiderio di soddisfarsi con quest’aria, di digerirla, di distribuirla dal profondo alla superficie. Dallo yin allo yang.
Insomma, come dire che attraverso l’osservazione del respiro possiamo consciamente entrare in contatto con il nostro inconscio. Dallo yang allo yin.
Possiamo anche sentire che il ritmo varia e che l’equilibrio tra le due fasi non è mai statico, e non solo, tutto questo possiamo consapevolmente modificarlo. Insomma, come dire, si può pure modificarlo questo inconscio.
Si può pure respirare bene.
Si può certo vivere meglio.

Tratto da "Shiatsu Xin Informa" n. 3

 
     
     
 
 
   
   
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