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Il viaggio di colui che cura. Seconda parte. Cor-agio: presenza del sé o tecnica
di Emilia Ugolotti*

 
 

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto come, nel suo viaggio nel tempo, il guaritore sia andato via via spogliandosi della sua aura di Esculapio semidivino per incarnare una figura connotata da attributi
più umani e, in quanto tali, a noi accessibili: competenza professionale; capacità di coinvolgere e motivare (ascolto – apertura – rispetto); attenzione alle risorse e al loro uso efficace (lavoro di squadra).
Il processo di acquisizione delle competenze professionali specifiche non è di mia pertinenza, mentre lo è tutto ciò che riguarda gli aspetti relazionali, in cui si facilita la collaborazione, la fiducia, la consapevolezza, la comunicazione.
È in questi aspetti che l’Approccio Centrato sulla Persona (A.C.P.) di Carl Rogers ci viene in aiuto attrezzandoci come facilitatori di processi di cambiamento, senza necessariamente sconfinare in territori più radicali di tipo psicoterapeutico. L’A.C.P. ha le sue radici in una visione umanisticoesistenziale dell’essere umano, secondo cui i valori non vengono riconosciuti come la realtà, ma come una valutazione della realtà. Tale visione ci riporta quindi a quanto precedentemente espresso rispetto al processo di guarigione dando rilevanza a punti quali: -l’attenzione, l’ascolto, il rispetto per la specificità della persona, perseguendo la riabilitazione delle sue potenzialità e del suo senso di responsabilità; -la relativizzazione della figura dell’esperto e dei quadri diagnostici; -la priorità ai bisogni e problemi esistenziali.
Non resta altra strada che quella di riprendere in mano la soggettività della persona in quanto centro di ogni possibile atto intenzionale (compreso quello di vivere e guarire) e in questa visione la relazione costituisce il fattore educativo e terapeutico preminente. Lungi da me suggerire in questo modo di ridurre il mondo al proprio mondo o a quello del cliente, perché questo sarebbe un invito al narcisismo, se non
addirittura ad una chiusura autistica. Sto invece suggerendo di restituire ad ognuno la competenza rispetto a sé e ai propri valori, concretizzando ed agendo la salda fiducia che il guaritore efficace ha nelle forze spontanee di ogni organismo in tutti i suoi aspetti.
Questa è la
tendenza attualizzante di Rogers: quella forza sana e spontanea a cui ogni terapeuta fa appello quando è fiducioso, centrato, presente. Quando creando un clima empatico di contatto emotivo leale, congruente e rispettoso permette alla persona di entrare in contatto con se stessa. È questo l’unico vero e duraturo miracolo: riattivare la fondamentale forza positiva vitale dell’individuo che lo guidi secondo la sua specificità e autonomia. Se siamo così fiduciosi, ciò che agiremo non risulterà limitato a più o meno complesse prescrizioni o manipolazioni, ma sarà arricchito da impalpabili o indecifrabili dimensioni dell’anima, e offriremo un clima tinto di rosso cuore e trasparente acqua fresca, connotato da calore e presenza. Ci troviamo così di fronte ad almeno tre livelli di complessità: -quello relativo al disturbo, alla malattia fisica; -quello relativo alla consapevolezza, di sé e dell’altro; -quello relativo all’incontro e al confronto.
Il guaritore quindi diviene un facilitatore di processi di cambiamento attraverso il suo stesso cambiamento che lo rende capace di presenza. Il suo compito è (come nel film Stalker di Tarkowsky) di fornire gli strumenti, il clima, la vicinanza. Il cliente può incontrare se stesso, la sua malattia, il messaggio.
Si tratta di fornirgli la consistente sensazione che è in grado ed ha la libertà di accedere al contenuto e al significato delle proprie esperienze.
Si sana così, ripercorrendola in modo “autocostruttivo”, quel pezzo di storia che nell’infanzia ha portato la persona ad uno stato di incongruenza e malfunzionamento: il clima empatico viene giustamente avvertito come privo di minacce e pericoli, le difese possono essere abbassate e la persona si apre alla comprensione di se stessa. La
qualità della relazione è quindi fattore fondamentale nel processo di guarigione e principio antitecnicistico proprio perché sussiste per la presenza di tre stati del terapista, del suo modo di essere e non del suo modo di fare: -la capacità di ascoltare e comprendere lo stato e gli schemi di riferimento del cliente: empatia; -la capacità di accettarlo e rispettarlo nella sua essenza diversa da sé: considerazione positiva incondizionata; -la capacità di rimanere in contatto con il proprio stato e le proprie emozioni e di autoregolarsi nel rispetto di sé, l’altro e la situazione: congruenza e trasparenza.
Questi tre punti si rivelano all’interno del nostro guaritore nel contatto con il mondo soggettivo dell’altro, ed egli li agisce creando quella particolare situazione di relazione empatica in cui ciò che è percepito viene trasmesso. Il cliente si attiva quando sente che il suo terapista lo sta comprendendo, rispettando e gli sta vicino secondo un duplice aspetto emotivo-cognitivo. Si rende quindi necessario che il guaritore sappia non solo ascoltare, ma anche comunicare corporeamente e verbalmente ciò che comprende in modo preciso e tempestivo oltre che passibile di correzione. Autoascolto, ascolto, confronto, rispetto sono gli esercizi che sto proponendo a chi intende proporsi come facilitatore efficace. Ben sapendo comunque che l’implementazione di questo metodo comincia con un confronto profondo con se stessi, laddove c’è genuinità, autenticità, orgoglio e umiltà di essere come si è, e dove c’è anche dolore solitudine incertezza, timore di non essere abbastanza. Forse. E allora senza tante storie accettiamo di lasciarci aiutare dalla disciplina, dall’esercizio di abilità, giorno dopo giorno, persona dopo persona.
Silenzio… ascolto… guardo… contengo… rispondo… verifico… esploro… aspetto…
Perché la tecnica non è arte, non è il fine. È solo il nostro strumento per aprire la strada dell’intuito, del
contatto con il mistero.

*Psicologa esperta nella comunicazione

Tratto da "Shiatsu Xin Informa" n. 5

 
     
     
 
 
   
   
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