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Il viaggio di colui che cura. Prima parte.
di Emilia Ugolotti*
 
 


In questo articolo cercherò di trasmettervi alcune mie osservazioni sul percorso storico che nel mondo occidentale si è trovata a percorrere, nel tempo, la figura del guaritore-medico-terapista, o molto più genericamente colui che si prende cura di chi soffre, qualsiasi sia il suo specifico campo di intervento.
Il primo modello di questo percorso è quello pre-moderno che fa riferimento all’approccio della medicina classica di Esculapio, dove il medico è il primo, colui che sa, che si assume la responsabilità, che salva. Il paziente è colui che passivamente soffre e attende la guarigione. Questo modello carismatico-paternalistico centrato sul potere del guaritore, o sulla sua illusione, si è nel tempo rivelato poco efficace e troppo rischioso, in termini di assecondamento della dipendenza del paziente e di eccessivo carico e stress per il medico, in quanto un rapporto medico-paziente di questo tipo oggi è, dal punto di vista numerico, insostenibile, se non addirittura fuori dalla realtà.
Il medico ha dovuto e deve tuttora contestualizzarsi in una realtà più ampia e perciò più ricca e diversificata nelle competenze, meno mitizzante, che si muove andandosi a centrare su principi di rispetto umano e di atteggiamenti democratici e collaborativi. In questo “Movimento delle relazioni umane” si ottengono migliori risultati proprio perché tutte le persone coinvolte nel processo vengono chiamate in gioco e valorizzate, scoprendo che non è il terapista da solo a guarire l’altro, ma che è il malato stesso a procurarsi, con l’aiuto degli altri e la loro competenza, la propria guarigione, in quanto lui solo “sa”, a livello organismico, di che male sta soffrendo e fino a che punto sta scegliendo di guarire.
Secondo il paradigma di questo modello, il terapista (colui che serve) prima di ogni altra cosa cerca la collaborazione del malato, imparando ad ascoltarlo, a rispettarlo, a seguirlo. Non c’è più il “paziente” che aspetta passivamente, c’è una persona sofferente, responsabilizzata ed attiva, che viene sostenuta ed aiutata all’interno di una organizzazione collaborativa. Il mito del terapeuta che salva, che prende sulle sue spalle tutte le sofferenze del malato, che decide i modi e gli obiettivi della cura, rivelatosi disfunzionale, si trasforma, almeno come tendenza ideale, in qualcosa di più umano, meno divino, in cui coloro che curano non vengono svuotati ed esauriti perché è arrivata la consapevolezza che un guaritore umano non può permettersi di stare impunemente sempre in trincea, in prima linea, in emergenza.
Nel passaggio dal primo al secondo modello, in aiuto è arrivata Panacea, con i suoi rimedi, farmaci, tecniche pure: la sua presenza comporta un processo di dis-integrazione sia dell’organismo corpo-mente che della coppia medico-cliente, non c’è più il contatto della persona con il suo processo interno, né viene conservato il senso delle risorse spontanee, tanto meno viene raccolto, compreso e utilizzato il messaggio che la malattia porta. Oltretutto Panacea è priva di strumenti di fronte alla malattia mortale. Di fronte a questo ostacolo il guaritore ha la sola possibilità di un salto di qualità: ascoltare e stare vicino alla persona malata, perseguendo insieme un progetto di reintegrazione organismica che, rilevando l’evento più visibile e tangibile, cioè quello corporeo, della malattia, lo reintegra sul piano psichico dei costrutti mentali e delle emozioni, portandolo al livello spirituale dei valori.
Il terapeuta post-Panacea è quindi un guaritore che tendenzialmente (non creiamoci illusioni di perfezione e nuova onnipotenza) è così integrato da scegliere di non “soccombere” sotto il peso della sofferenza altrui, così consapevole da conoscere i propri limiti e le proprie potenzialità, così competente da avere fiducia nell’altrui processo, così evoluto da riconoscere la necessità di condividere e organizzare le risorse, gli intenti, le pertinenze. In altre parole un terapista che accetta di non essere un eroe, che accetta di non diventare irraggiungibile e unico, che accetta di essere sufficientemente e umanamente adeguato ad aiutare il malato a trovare e riconoscere la sua strada. È evidente che sto insistendo su due punti principali che ritengo siano la chiave di volta che porta da un modello all’altro. Insisto su di una preparazione dei terapisti che preveda sia il loro entrare in processo con un lavoro personale di autoconsapevolezza, sia l’acquisizione di una competenza aggiuntiva a quella della tecnica specifica: la competenza alla relazione. Vale a dire che chi cura, oltre a possedere una superiorità nella conoscenza delle dinamiche e dei processi delle malattie, ha bisogno, per essere efficace, di avere le competenze per instaurare e mantenere una relazione collaborativa e attenta con i suoi pazienti,
con l’organizzazione in cui è inserito, con se stesso. È in questo modello che il terapista assume quindi un ruolo di Educatore (colui che porta fuori, alla luce, le potenzialità dell’altro) e quindi di “facilitatore di processi di guarigione”.
Nel prossimo articolo parlerò di quali sono le abilità e le qualità che denotano la competenza alla relazione, di quali sono le modalità che permettono al guaritore di scendere in campo con la propria umanità, lasciandosi coinvolgere e non travolgere, lasciandosi toccare e non abusare.

*Psicologa esperta nella comunicazione

Tratto da "Shiatsu Xin Informa" n. 4

Seconda parte. Cor-agio: presenza del sé o tecnica

 
     
     
 
 
   
   
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