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Curare e guarire come vie di conoscenza
introduzione di Franco Bottalo al 1° Convegno Nazionale Shiatsu Xin

 
 

Questo è il tema scelto per il 1° Convegno Nazionale Shiatsu Xin, promosso dalla Scuola di Formazione
e dall’Associazione Operatori Shiatsu Xin, che si è svolto dal 13 al 15 settembre 2002 a Borgo Priolo, in provincia di Pavia.
Curare o non curare? Noi curiamo o non curiamo? E cosa vuol dire “curare”? Che differenza c’è con il “riequilibrio energetico”? Che differenti implicazioni ci sono in termini di responsabilità verso il clientepaziente nel curare, nel riequilibrio, nel favorire la sua consapevolezza? Quale parte svolge il paziente e quale colui che si prende cura?
Pubblichiamo in anteprima l’introduzione di Franco Bottalo al tema del Convegno.
Curare. È questo un termine caduto in disuso negli ultimi anni. Nel mondo “alternativo” (dove per alternativo includo tutto ciò che non odori di medicina chimica contemporanea) si tende ad usare altre espressioni più “corrette”, quali “relazione d’aiuto”, “relazione di scambio”, “crescita reciproca”
e altre ancora. Sono tutte molto interessanti, ognuna ha una sua storia ed è ricca di pregi e di particolari “capacità evocative”. Ma perché abbiamo paura ad usare la parola “curare”? E se poi vi disturba sentirvi dire che avete paura, allora ponetevi la domanda in questi termini: “perché non ritengo che la parola curare sia idonea a descrivere il processo che si mette in atto nel lavoro che svolgo?”.
Scegliete l’espressione che più vi aggrada, ma ponetevi la domanda.. Le risposte possono essere tante, ne ho sentite diverse e credo che ognuna contenga una sua parte di verità: perché è un termine usato nei secoli per sancire un rapporto di potere (economico, sociale, religioso) fra chi cura (ed è autorizzato a curare) e chi viene curato; perché non considera o sottostima il ruolo attivo svolto da chi riceve il trattamento e la sua responsabilità nella condizione che si è creata e nella possibilità di modificarla; perché presuppone un processo definito nel tempo e nelle modalità (“tu hai un disturbo da un certo tempo, io lo curo e poi tu sei guarito”); e così via.
Mi pare però che tutte le motivazioni che ho enunciato, tutte quelle che ho pensato e che altri possono aver pensato, facciano riferimento più a possibili interpretazioni del termine “curare” che non al suo significato intrinseco.
La parola “curare” è un po’ come la parola “amore”, ci si può mettere dentro di tutto e di più: delitto d’amore, amore filiale, fare l’amore. Dio è amore… Proviamo allora a non fissarci sul termine, ma piuttosto a comprendere cosa rappresenti per noi. Curare, poi, va insieme a guarire, altro termine poco di
moda. È come se avessimo un certo pudore, una vergogna, addirittura, ad usarlo; in quest’epoca “minimalista” ci appare eccessivo, troppo definitivo, o forse troppo impegnativo.
Il timore di sentirci troppo importanti ci porta a deresponsabilizzarci rispetto al processo di guarigione, sia nostro che dell’altro. Penso invece che curare e guarire viaggino insieme al senso di responsabilità: responsabilità di chi cura e di chi è curato, responsabilità di guarire e di favorire la guarigione.
Responsabilità, infine, si sposa con impegno: se ci sentiamo responsabili di qualcosa, ci impegniamo a farlo al meglio. E l’impegno richiede distacco, per non diventare ossessivo; ma a sua volta il distacco richiede compassione per non diventare indifferenza, e la compassione nasce dall’amore.
Forse, ma solo forse, curare e amare sono due nomi per una stessa realtà. Ogni amore non consiste forse nel “prendersi cura di qualcuno” e come si può curare se non “amorevolmente”?.
Venendo curati impariamo a curare e curando ci curiamo; osservando il fiorire di una guarigione in un altro si percepisce il seme del guarire anche in noi. Allora si cura con amore ed è l’amore che cura.

Tratto da "Shiatsu Xin Informa" n. 6

 
     
     
 
 
   
   
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